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L'alba

L’alba di un nuovo giorno, quando decide di arrivare per cambiare una vita, quasi mai si presenta armoniosa o con un'esplosione di luce dorata stile film. Molto più spesso ha il sapore amaro di un risveglio sbagliato. Per me arrivò sotto forma di un’afa soffocante, intrappolata tra i teli di plastica di una tenda da campeggio a Lignano Pianeta, in una mattina qualunque d'agosto del 2000. Mi svegliai con la testa pesante, la bocca impastata e uno stomaco che chiedeva pietà. La sera prima avevo mangiato senza ritegno, ma in quell'epoca non faceva quasi notizia: abbuffarsi era una consuetudine, un modo superficiale per riempire le giornate. Venivo da un periodo complicato, segnato da un incidente stradale tanto stupido nella dinamica quanto pienamente meritato per la mia condizione alcolica. Ero lì a leccarmi le ferite, con un gusto amaro dettato dalle paranoie che mi tormentavano non poco, avvolto in un senso di frustrazione e di resa. Guardandomi allo specchio del bagno del campeggio, la realtà non si poteva negare: un copo appesantito, privo di tono, o come sovente dicevo all'epoca un "fisico da tricheco". Fu in quel preciso istante, tra il senso di colpa per gli eccessi e il fastidio per un fisico disastroso, che nacque un pensiero folle. Non fu un'ispirazione divina, ma una vera e propria autopunizione: dovevo andare a correre. Deciso il castigo, sorsero subito i problemi pratici. Il primo, e più catastrofico, riguardava l'attrezzatura. Nel mio bagaglio da vacanza non c’era la minima traccia di un abbigliamento sportivo, e men che meno di scarpe adatte. L’unico paio di calzature chiuse a mia disposizione era un paio di Converse All Star in tela. Ancora oggi mi chiedo cosa ci facessero lì. Non ero mai stato un tipo da All Star. Forse le avevo trovate in offerta speciale al supermercato, o forse le avevo acquistate in un momento di incoscienza alcolica. Sta di fatto che erano l'unica alternativa alle ciabatte. Senza pensarci troppo, me le infilai ai piedi, misi un paio di boxer da mare, una maglietta di cotone e varcai la cerniera della tenda, uscendo nell'aria già calda del mattino. La corsa ovviamente durò pochissimo. Non ricordo esattamente quanto tempo rimasi in strada, ma la memoria non inganna: dieci minuti, al massimo quindici di falcata lenta, incerta e pesante sull'asfalto arroventato. Ogni passo era un impatto rigido che si ripercuoteva dalle caviglie fino alla schiena. Il vero disastro si rivelò una volta rientrato in tenda. Sfilate le All Star, lo spettacolo fu raccapricciante: la tela rigida e la suola sottile avevano trasformato le piante dei miei piedi e i talloni in un reticolo fiammeggiante di vesciche. Per i tre o quattro giorni successivi la mia unica calzatura possibile furono le ciabatte da mare. Il solo pensiero di infilare un paio di scarpe chiuse, di qualsiasi tipo, mi incuteva paura stile film horror. Per mia fortuna ero in località balneare, ed essere in ciabatte non destava sospetti, ma l'andatura zoppicante tradiva la follia di quell'impresa. Quel primo tentativo catastrofico avrebbe potuto (e probabilmente dovuto) chiudere la storia per sempre. Invece, qualcosa si era mosso sottotraccia. Con il finire dell'estate e l'arrivo dell'autunno, ogni tanto una strana irrequietezza tornava a farsi sentire. Uscivo di casa indossando delle banalissime scarpe da ginnastica. Il mio allenamento di allora era quasi comico: percorrevo la via di casa mia, qualche centinaio di metri avanti e indietro, giusto il tempo di sudare un minimo, e poi rientravo trionfante. Inserivo la chiave nella serratura con l'atteggiamento di chi ha appena domato una maratona mitica, convinto di aver compiuto uno sforzo ciclopico. L’inverno trascorse in un continuo tiro e molla. Le uscite erano saltuarie, la pigrizia prendeva spesso il sopravvento e, a guardare la bilancia, non avevo perso nemmeno un grammo. La motivazione oscillava come una bandiera al vento, ma l'idea di non essere del tutto fermo iniziava pian piano a radicarsi. Fu la primavera del 2001 a farsi davvero complice. Capendo che le classiche scarpe da ginnastica mostravano i loro limiti, mi recai in un negozio per acquistarne un paio dedicate. Fu lì che scoprii un mondo a me del tutto ignoto: esistevano anche le scarpe da running! Per me, cresciuto con l'idea spartana che per correre bastassero un paio di scarpe da ginnastica generiche, fu una rivelazione quasi spiazzante. Comprai un paio di Adidas specifiche per la corsa e la differenza al primo passo fu abissale. Se le calzature avevano raggiunto un livello professionale, lo stesso non si poteva dire per il resto dell'outfit. Il mio abbigliamento da corsa era a dir poco agghiacciante:

La tuta: un completo in acetato lucido della Asics, acquistato non si sa bene dove né perché, che sotto il sole creava un effetto serra devastante.

La maglia: una t-shirt in cotone pesante, ricamata con il logo del mio bar di fiducia un ironico tentativo di fare credere che andavo in qualche modo...a tutta birra.

Oggi benedico il fatto che nel 2001 gli smartphone non esistessero e che i social network fossero ancora lontani da venire. Non esistono prove fotografiche di me avvolto in quell'involucro sintetico e lucido, e va benissimo così: la mia dignità estetica è salva. Eppure, al di là del ridicolo aspetto esteriore, quell'epoca segnò un punto di svolta profondo. Iniziai a modificare le abitudini quotidiane, a sostituire vecchi vizi con piccoli rituali di benessere. Continuavo a fumare, certo, ma dentro di me la percezione del mio corpo stava cambiando. In pochi mesi riacquistai una forma fisica decente, la risposta muscolare migliorò e il fiato smise di spezzarsi al primo cavalcavia. In quel periodo non avevo riferimenti tecnici. Non possedevo un orologio GPS, a stento sapevo se strumenti simili fossero già stati inventati, e la sola idea di correre in pista o lungo strade trafficate mi infastidiva. Il mio regno divenne la fascia di terra e asfalto ai piedi della collina di San Gallo, nel tratto che congiunge Soligo a Solighetto, in provincia di Treviso. Lì c'era silenzio. Non c'erano automobili, il traffico rimaneva un rumore lontano e la strada saliva e scendeva dolcemente seguendo il profilo della collina. Correvo a sensazione per quaranta, forse cinquanta minuti. Non sapevo quanti chilometri percorressi e non mi interessava affatto saperlo. Il mondo dell'atletica, delle tabelle di allenamento e delle gare podistiche apparteneva a un altro universo, un pianeta distante anni luce dalla mia mentalità. Correvo per un motivo molto semplice: per dimagrire, per respirare aria pulita e per cambiare uno stile di vita che oramai mi andava stretto. Questo equilibrio fatto di corse solitarie e stagionali andò avanti per diversi anni. La primavera, l'estate e il primo autunno mi vedevano costante e motivato; l'inverno, invece, mi riassorbiva regolarmente nel suo torpore, raffreddando gli entusiasmi e rispedendomi al riposo. Il punto di svolta successivo maturò nel 2005. Avevo poco più che 32 anni. Ero ancora giovane, con una mente vulcanica, piena di energia e idee in continuo fermento. Dopo quattro anni di corse sconnesse e stagionali, il fisico iniziò a mandare segnali diversi. La memoria muscolare, rimasta assopita per quasi un decennio, cominciò a risvegliarsi. Il corpo stava finalmente ricordando i tantissimi anni passati sui campi di calcio, chilometri macinati fin da giovanissimo rincorrendo un pallone su ogni tipo di terreno. La struttura c'era ancora, doveva solo essere sollecitata nel modo giusto. Nella primavera di quell'anno mi decisi a fare un piccolo passo oltre i soliti confini: mi iscrissi a un paio di gare non competitive, le classiche "corse paesane" del fine settimana. L'impatto iniziale fu tiepido, quasi deludente. Non provai una folgorazione immediata per il clima di festa o per la calca della partenza. Dopo due o tre partecipazioni, la sensazione era quella di voler tornare alla solitudine dei miei percorsi abituali ai piedi del colle. Ma ormai l'ingranaggio si era messo in moto. I mesi del 2005 stavano passando e io continuavo a corricchiare senza una meta precisa, del tutto ignaro del fatto che una storia straordinaria stesse muovendo i suoi primi veri passi. Guardando indietro a quella mattina d'agosto a Lignano Pianeta, a quelle vesciche causate dalle All Star e a quella tuta sintetica Asics, mi rendo conto che tutto era stato necessario. Se non ci fosse stata quella punizione improvvisata, forse nulla avrebbe avuto inizio. Invece, proprio lì, la mia storia di "atleta" aveva appena visto l'alba.

Commenti

Mectottolo ha detto…
Conoscendoti per come sei adesso dalla foto non gli assomigli neanche,e hai fatto anche un salto di qualità personale e di salute non indifferente
Complimenti bravo e basta 💪🏻

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