Ci sono strade che ti vedono semplicemente passare e altre che sembrano leggerti dentro, capaci di misurare il ritmo del tuo cuore ancora prima che quello dei tuoi passi. Mai avrei pensato che in qualche modo io mi potessi legare così profondamente a Firenze e alla sua maratona. Quando decisi che la Firenze Marathon del 2009 sarebbe stata la naturale prosecuzione della mia storia di maratoneta, cercavo solo una nuova sfida. Venivo da un percorso consolidato, fatto di fatica e soddisfazioni tra le strade di casa con la Trevisomarathon e la magia senza tempo della Venicemarathon. Nel 2008 avevo tentato la parentesi della Milano City Marathon, ma ne ero uscito con un sapore amaro in bocca: un percorso freddo, imbrigliato nel traffico di una metropoli che pareva subire la corsa anziché celebrarla, teatro di clacson, insofferenza e strombazzate rivolte a chi stava semplicemente mettendo l'anima sull'asfalto. Firenze, invece, godeva di una fama del tutto diversa. Sentivo tutti parlarne benissimo: parlavano di una città intera che si fermava per abbracciare i podisti, di un pubblico partecipe, di un'atmosfera viva e contagiosa. Così decisi di iscrivermi e andai laggiù con un sogno preciso, di quelli che ti fanno tremare le gambe prima ancora di vestire il pettorale: abbattere il muro delle 3 ore e 30 minuti. Significava limare oltre otto minuti dal mio primato ottenuto a Milano. Un'enormità, sulla carta. Ma non appena posai i piedi nel capoluogo toscano, capii che l'aria era differente. L'atmosfera era perfetta, un equilibrio sottile tra agonismo e festa popolare. E la gara mantenne ogni singola promessa. Ancora oggi, a distanza di anni, stento a credere a come abbia fatto a gestire ogni singolo chilometro con quella regolarità, ma tant'è che quando imboccai il rettilineo finale e tagliai il traguardo in Piazza Santa Croce, il cronometro recitava 3:29:18. Fu un momento di pura estasi. Fu davvero stupendo. Quel traguardo registrò qualcosa di più di una prestazione cronometrica: sancì un patto tacito tra me e quella città. Così, nel 2011, tornai. E ci tornai spinto da un altro sogno, se possibile ancora più audace: andare sotto le 3 ore e 20 minuti. Che ci fosse un feeling profondo e viscerale tra me e la città era ormai innegabile, ma mai avrei creduto di poter chiudere quei 42 chilometri e 195 metri nel tempo incredibile di 3:18:50. La cosa cominciava ad assumere tratti quasi inquietanti, perché sembrava davvero che Firenze avesse il potere soprannaturale di esaudire ogni mio desiderio atletico, come fosse un amuleto di pietra che legato al collo realizza i tuoi sogni. Proprio per questo motivo decisi di tornare per una terza volta nel 2014, forte della convinzione di poter spingere il mio limite ancora più in là. E il miracolo si ripeté. Mentre macinavo strada, l'acqua limacciosa dell'Arno scorreva inesorabile al mio fianco, testimone muta di una fatica che si trasformava in volo. Correvo alternando l'asfalto regolare ai lunghi e insidiosi tratti di ciottolato centro-storico, dove ogni appoggio richiede concentrazione e caviglie salde. Risposi colpo su colpo alla stanchezza e alla fine migliorai ancora, chiudendo in 3:11:40. A quel punto, la tentazione di sfidare la sorte divenne irresistibile. Nel 2016 rieccomi ai nastri di partenza, questa volta con l'ambizione quasi folle di scendere sotto le 3 ore e 10 minuti. Chiunque conosca la maratona sa bene che una progressione del genere è, sulla carta, praticamente impossibile: la fisiologia insegna che non si può migliorare a ogni singola maratona e che prima o poi si batte contro il muro dei propri limiti anagrafici e fisici. Ma gli eventi finirono per dimostrare che, quando indossavo le scarpe da running a Firenze, la logica perdeva ogni valore e niente era davvero impossibile. Con un finale in spinta e le energie tirate a lucido, fermai il tempo a 3:07:50, realizzando ancora una volta il mio miglior tempo di sempre sulla distanza regina. Ormai vivevo quell'appuntamento come una favola magica. Per questo, anche dopo aver corso la Maratona di Verona nel 2017 registrando un eccellente 3:03:42, non ebbi dubbi e mi iscrissi di nuovo alla Firenze Marathon 2018. Pensare che per la quinta volta consecutiva quella gara potesse decretare un nuovo record personale sembrava semplicemente assurdo, un'ipotesi priva di senso comune. E invece, seppur rosicchiando appena una pugno di secondi con le unghie e con i denti, realizzai un time finale di 3:03:35. Quando varcai la linea di arrivo rimasi quasi stordito: non ci potevo credere. Negli anni successivi il mio rapporto con la città cambiò ritmo, facendosi più intimo e meno frenetico. Partecipai nel 2019, poi nel 2021 e ancora nel 2023, edizioni nelle quali arrivai alla partenza consapevole di non avere la preparazione o la freschezza per cercare un ulteriore miglioramento. Ma il fuoco non si era del tutto spento. Nel 2024 mi misi in testa che dovevo provarci per un'ultima, grande volta. Volevo un congedo speciale dalla prestazione pura. La preparazione nei mesi precedenti fu dura, severa, fatta di ripetute all'alba e lunghi estenuanti, ma i riscontri dei tempi dicevano che la condizione c'era. Quel giorno di tardo autunno, nella quiete frizzante della domenica mattina, mentre ero stretto nel gruppone in attesa dello start, sentii una lacrimuccia scorrere calda sulla guancia. Era una commozione strana, consapevole: sapevo dentro di me che quella sarebbe stata l'ultima maratona corsa con il coltello tra i denti, l'ultimo assalto rabbioso e poetico contro il cronometro. Quando lo starter diede il via alle danze ci misi letteralmente l'anima, rifiutando ogni cedimento mentale lungo i viali e attraverso il centro e, incredibilmente, il miracolo si compì nuovamente per l'ultima volta: staccai un pazzesco 3:02:00, il mio record personale assoluto di sempre. Un risultato monumentale. L'ultima volta che ho corso a Firenze, invece, ha avuto un sapore completamente nuovo, forse il più profondo di tutti. Nessuna ansia da prestazione, nessuna sguardo fisso all'orologio ad ogni passaggio chilometrico. Ho corso praticamente una gara in coppia con un amico, Gianluigi Nava. Il mio unico obiettivo era affiancarlo, dosare il suo passo e dargli i consigli giusti per aiutarlo a gestire i momenti più difficili, permettendogli di vivere al meglio la sua seconda esperienza sui 42 chilometri. Abbiamo condiviso il respiro, le falcate, i rifornimenti e le parole di incoraggiamento per tutta la gara, fino a tagliare insieme il traguardo nel tempo di 3:18:45. Vedere sul suo volto la luce di un nuovo record personale è stato il regalo più grande. Lì ho capito che il ciclo si era chiuso nel modo migliore possibile: correre lungo le sponde dell'Arno è davvero un'esperienza magica, capace prima di realizzare i tuoi sogni e poi ad esempio di darti la forza per aiutare a realizzare quelli di un amico. È per questo che ho deciso che la Firenze marathon mi vedrà ai nastri di partenza ogni anno fino a quando la salute mi permetterà di affrontare una maratona
Foto: Firenze marathon 28 novembre 2021

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