Foto: Capanna Fassa Piz Boe' 22 luglio 2012
La mia passione per le montagne non è nata da un cronometro, né da una linea di partenza tracciata col gesso. Viene da molto più lontano, da un tempo in cui il mondo si misurava a passi brevi e le mie mani cercavano ancora la sicurezza di quelle di mio padre. Mio papà era un grande camminatore, un fungaiolo esperto e appassionato, di quelli che conoscevano i segreti del sottobosco prima ancora che spuntasse il primo raggio di sole. Fin da piccolissimo mi portava con sé tra le ombre fresche e i profumi intensi del Cadore e del Comelico Superiore. Camminare al suo fianco significava imparare una grammatica antica: ascoltare il fruscio delle foglie, riconoscere gli umori del tempo, rispettare il silenzio e la maestosità della natura. Mi insegnò fin da subito a non temere la salita, a considerare la fatica come un dono e ad avere un profondo rispetto per ogni animale che incrociava il nostro cammino. Ma mio padre mi fece conoscere anche e soprattutto le colline che avevamo attorno a casa. Se le guardo oggi, geometriche e scultoree, quasi interamente modellate dai filari di uva glera, stento a riconoscerle. Quaranta o quarantacinque anni fa erano un mondo del tutto diverso. La presenza dell'uomo era discreta, frammentata; il bosco regnava sovrano, fitto e misterioso, stendendosi a perdita d'occhio con le sue pendenze severe e i suoi sentieri dimenticati. Quando, molti anni dopo, decisi di iniziare a correre in quei contesti, la sensazione fu quasi travolgente. Non era soltanto un gesto atletico o la ricerca del gesto sportivo: era un ritorno immediato all'infanzia. Rimettere i piedi su quelle mulattiere a ritmo sostenuto significava riallacciare il filo con il bambino che ero stato, ritrovando quella stessa libertà selvaggia che mio padre mi aveva mostrato nei boschi. L'inizio ufficiale di questo viaggio meraviglioso ha una data precisa: il 2006. In quell'anno partecipai per la prima volta alla Prealpi Marathon, una gara dura e affascinante di 32 chilometri con oltre 1500 metri di dislivello positivo. Ricordo bene la morsa nei polmoni mentre si saliva lungo mulattiere sconnesse e sentieri ripidi, con il terreno che metteva a dura prova ogni muscolo e ogni articolazione. Eppure, una volta conquistata la cima, la fatica si scioglieva all'istante: l'orizzonte si spalancava a 360 gradi e tutto, improvvisamente, cambiava prospettiva. La sofferenza della salita pagava sempre un conto ricchissimo in termini di bellezza. Nel 2011 arrivò una svolta fondamentale. Un caro amico, Giovanni Boscolo, mi avvicinò al mondo dello sky running, la corsa dove il cielo sembra quasi toccare la roccia. Iniziai così ad affrontare competizioni di altissimo livello e dall'impegno tecnico severo, come la celebre Dolomites Sky Race a Canazei, immersa nello scenario spettacolare della Val di Fassa, un'esperienza incredibile che volli ripetere con la stessa enfasi anche l'anno successivo. Quelli furono anche gli anni straordinari del lavoro di squadra con l'Atletica Valdobbiadene GSA. Vivere la montagna insieme ai compagni di squadra dava una carica speciale. Feci parte con orgoglio delle due spedizioni che nel 2011 e nel 2012 conquistarono il prestigioso titolo di Campioni d'Italia di società, fino a conquistare una bellissima medaglia di bronzo nel 2018. La montagna mi aveva ormai rapito del tutto. Non c'era fine settimana in cui il pensiero non volasse alle cime, e le competizioni a cui ho preso parte diventarono innumerevoli: Il Transcivetta: una gara del cuore, corsa molteplici volte, dove nel 2014 e nel 2015 ho vissuto l'adrenalina pura arrivando a sfiorare per un soffio il muro infrangibile delle 3 ore. Le grandi sfide dolomitiche e giuliane: la severa Transpelmo, la Carnia Sky Race e la leggendaria Camignada (nota ai più semplicemente come la Sei Rifugi). Un percorso epico che partiva dalle sponde del Lago di Misurina, sfilava sotto la mole imponente delle Tre Cime di Lavaredo e toccava uno dopo l'altro sei baluardi di roccia: il Rifugio Auronzo, il Lavaredo, il Locatelli, il Piani di Cengia, il Comici e il Carducci, prima di tuffarsi nella lunga discesa della Val Giralba fino ad Auronzo. Passaggi indimenticabili, incisi nella roccia e nella memoria. Oltre alle gare tradizionali, il trail running rappresentava per me una sfumatura ancora più intima della corsa in natura. Correre per ore tra le Prealpi e le Dolomiti mi permetteva di entrare in una dimensione quasi meditativa. Da questa ricerca di limite e libertà nacquero due vere e proprie imprese atletiche che battezzai "Viaggio Podistico", realizzate nel 2014 e nel 2017. L'idea era semplice quanto estrema: affrontare in totale autonomia un percorso di 90 chilometri superando oltre 3000 metri di dislivello positivo, il tutto condensato in circa 12 ore di corsa ininterrotta. L'elemento che rese queste due esperienze autenticamente epiche fu la notte. La partenza era fissata verso le 22:30. Inghiottire i primi 40-50 chilometri nel buio pesto, guidati soltanto dal fascio oscillante della lampada frontale, con il rumore del proprio respiro e dei propri passi a fare da unico sottofondo nel silenzio assoluto della montagna, richiedeva una forza mentale non comune. Vedere poi spuntare le prime luci dell'alba mentre si era ancora in quota, con decine di chilometri già nelle gambe, regalava sensazioni difficili da spiegare a chi non le ha mai vissute. Chiunque corra in montagna sa perfettamente che cadere fa parte del gioco. I ruzzoloni, i sassi smossi, le sbucciature sulle ginocchia o sui gomiti sono medaglie sul campo che ogni corridore di sentiero mette in conto. Ma la mattina di quel 15 luglio 2017, sul massiccio del Grappa, la storia andò diversamente. Era un mattino d'estate. Come mia abitudine quando il caldo cominciava a farsi sentire, partivo prestissimo: erano circa le 5:00. A quell'ora della domenica i sentieri sono totalmente deserti, c'è solo la montagna che si sveglia. Quel giorno ero solo. Nicola Nardi, il compagno fidato con cui condividevo quasi tutti gli allenamenti e le uscite più impegnative di quel periodo, aveva un impegno inderogabile e non era potuto venire. Ero concentrato sul passo, ma commisi un banale quanto imperdonabile errore: durante una discesa, uno dei bastoncini da nordic walking urtò una roccia sporgente e fu proiettato direttamente tra le mie gambe. Tutto accadde in un frazione di secondo. Ero in un tratto particolarmente ripido. Di fatto, presi letteralmente il volo. L'istinto di sopravvivenza fu più veloce del pensiero: riuscii a piegare le braccia per ripararmi il volto e la testa prima di iniziare a rotolare rovinosamente lungo il pendio di rocce e sterpaglie. La corsa verso il basso sembrò infinita. Quando finalmente il mio corpo si fermò contro la pendenza, l'adrenalina lasciò subito il posto a una marea di dolore. Ero coperto di tagli, graffi ed ematomi ovunque. La mano sinistra era provata dal forte impatto: due dita apparvero subito estremamente gonfie e doloranti, tanto da rendermi quasi impossibile fare leva sul terreno per alzarmi. Mi guardai attorno ma c'era soltanto un silenzio surreale, pesante. Niente persone sui sentieri a quell'ora, nessun passo in lontananza. Presi il telefono per chiamare mia moglie, ma come spesso accade nei valloni del Grappa, non c'era uno straccio di segnale. Ero completamente solo. In quel momento di stasi forzata, mentre cercavo di riordinare le idee e valutare i danni fisici, scattò qualcosa dentro la mia testa. Un blocco improvviso, netto, mai provato prima. Io, che per anni avevo divorato vette, creste e valli isolate senza mai esitare, mi ritrovai a ripercorrere con la mente tutti i rischi che mi ero preso nel corso di un decennio. Tutti i passaggi azzardati, le uscite in solitaria, le corse notturne. La montagna ti dà tantissimo, ma chiede in cambio una dote fondamentale: la sicurezza interna, la serenità della mente. Quando quel senso di invulnerabilità si incrina e subentra la paura, restare in determinati contesti diventa un'imprudenza che non ci si può permettere. Una volta tornato a valle e ripresomi dall'infortunio, presi la decisione più difficile: chiudere definitivamente con quella tipologia di corsa. Oggi, non lo nego, la montagna mi manca. Mi manca il profumo dell'aria in quota alle sei del mattino, la vista dei rifugi dopo ore di salita, la determinazione nelle griglie di partenza. Ma guardando indietro a tutto quello che ho vissuto e ricordando il brivido di quella mattina sul Grappa, resto fermamente dell'idea che, infondo infondo, ascoltare la mia testa e fare un passo indietro sia stata la scelta più giusta.

Commenti