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Un passo alla volta

 

(Foto:10 Miglia del Montello 2007-Montebelluna (TV)

Il 2007 non fu un anno come gli altri: rappresentò una vera e propria pietra miliare nell'affinamento di quella che, ormai, non era più soltanto una semplice passione domenicale, ma un pilastro fondamentale della mia identità. Guardandomi allo specchio o guardando le gambe dopo un lungo allenamento, dovevo ammetterlo a me stesso: ero ancora, a tutti gli effetti, un neofita del podismo. Ma era proprio quella condizione di "principiante costante" a regalarmi una libertà straordinaria. Nelle gare a cui partecipavo, la mia posizione di partenza era rigorosamente una: l'ultima fila. Lì, in fondo al serpentone colorato di atleti, dove il vocio della tensione si mescolava all'odore dell'olio canforato e al bip dei chip delle scarpe, mi sentivo a mio agio. Non mi importava affatto se le mie capacità o i miei tempi mi avrebbero consentito di avanzare di qualche griglia; sapevo che in termini di cronometro finale sarebbe cambiato ben poco. Anzi, stare in fondo mi dava una carica agonistica e mentale unica. Trovare uno stimolo continuo nel rimontare il gruppone di runner, recuperare posizioni metro dopo metro, sorpasso dopo sorpasso fin dove il fiato e le gambe lo rendevano possibile, trasformava ogni gara in un'avventura dinamica. Non correvo contro gli altri, correvo attraverso la gara, scoprendo ogni volta fin dove potessi spingermi. In quel periodo cruciale arrivò anche il tesseramento F.I.D.A.L. e l'ingresso ufficiale nell'Atletica Valdobbiadene GSA. Ricordo ancora la sensazione di quando indossai per la prima volta quella maglia: per me non era un semplice pezzo di tessuto tecnico, ma un simbolo d'appartenenza che mi riempiva di profondo orgoglio. Indossarla significava dare una forma ufficiale e una dignità profonda a tutti i sacrifici, alle levatacce e ai chilometri macinati nell'ombra. In quei mesi mi destreggiavo continuamente tra gare competitive e manifestazioni amatoriali non competitive, ma il lavoro più grande e silenzioso avveniva durante la settimana: stavo imparando l'arte complessa, affascinante e spietata di allenarmi sulle lunghe distanze. All'epoca non avevo un allenatore che mi seguisse passo passo. Il mio metodo era basato sul campo, ed era inevitabilmente fatto di tentativi e di moltissimi errori. Sbagliavo i ritmi dei lunghi, sbagliavo l'integrazione, gestivo male il recupero o l'abbigliamento. Ma compresi subito una cosa fondamentale: nessuno di quegli sbagli era fine a se stesso. Ogni errore commesso si trasformava istantaneamente in una lezione; ogni problema riscontrato mi costringeva a cercare e studiare una soluzione. E ogni soluzione trovata era un tassello d'esperienza che mi portava un passo più in là. Fu proprio in questa fase di crescita che arrivarono le prime esperienze nei Campionati Italiani MASTER di corsa su strada. Entrare in quel contesto significava confrontarsi con atleti preparati, respirare l'aria frizzante delle grandi occasioni e sentire per la prima volta quel "profumo di grande evento" che rende l'atletica leggera una disciplina così affascinante. Anche sul fronte delle maratone non mi ponevo freni o limiti psicologici. Per me la Trevisomarathon e la Venicemarathon erano appuntamenti classici e irrinunciabili: la vicinanza geografica a casa le rendeva perfette, quasi delle gare "di famiglia". Ma più correvo, più sentivo che il mio orizzonte atletico non voleva, e non doveva, soffermarsi lì. Rifiutavo categoricamente l'idea di adagiarmi in una comfort zone; la comodità delle gare dietro casa era piacevole, ma non poteva diventare un recinto entro cui limitare la mia curiosità di corridore. Nel 2008 decisi che era giunto il momento di spingere lo sguardo oltre i confini abituali. Iniziai a viaggiare per il podismo, esplorando le affascinanti Half Marathon del Trentino-Alto Adige, dove il profilo delle montagne e il clima frizzante offrivano scenari e ritmi di corsa del tutto nuovi. Poi arrivò la Maratona di Milano. Mettere in bacheca quella medaglia fu un passaggio chiave, perché mi portò a sfiorare da vicinissimo quello che all'epoca rappresentava il vero grande sogno della mia vita sportiva: abbattere il muro delle 3 ore e 30 minuti sulla distanza regina dei 42,195 km. Oramai non ero più solo un amatore saltuario: ero conclamatamente un podista regolare, capace di superare con costanza la soglia dei 3.000 chilometri all'anno. Con il passare dei mesi la mia mente era diventata un cantiere di idee sempre aperto. Trovavo continuamente nuovi stimoli, spunti di riflessione e motivazioni per alzare la asticella. Questa spinta interiore si traduceva in una partecipazione sempre più consapevole a gare sempre più impegnative e prestigiose, accompagnata dal piacere di veder migliorare i riscontri cronometrici. Ne fu un esempio limpido la Cortina-Dobbiaco Run, una corsa splendida quanto severa per i suoi cambi di pendenza, che riuscii a completare fermando il cronometro sulle 2 ore e 10 minuti. Ma il vero punto di svolta, il momento in cui raccolsi i frutti di tutto il lavoro svolto fin lì, arrivò nel novembre del 2009. La cornice era quella della Firenze Marathon. Quel giorno centrai un risultato straordinario, una prestazione che forse non mi aspettavo in quelle proporzioni, ma che avevo cercato e desiderato con ogni fibra del mio corpo: 3 ore, 29 minuti e 18 secondi. Abbattere quel muro dei 210 minuti fu un'emozione indescrivibile, una scossa elettrica di pura felicità. Quel tempo a Firenze rappresentò il vero, grande trampolino di lancio verso il nuovo decennio che ormai era alle porte. Quel risultato a Firenze non era stato il frutto del caso o della fortuna. Fu il risultato diretto di un approccio quasi scientifico che avevo iniziato a sviluppare in totale autonomia. Non potendo ovviamente contare su uno staff, creavo le mie preparazioni atletiche studiando con devozione i manuali di allenamento dedicati al podismo. Leggevo le teorie, analizzavo le tabelle, e poi le applicavo, le modificavo, le adattavo sul mio corpo e sulle mie sensazioni quotidiane. In pratica, mi stavo "cucendo addosso" un metodo d'allenamento su misura. L'obiettivo era creare la struttura fisica e mentale ideale per raggiungere, o almeno tentare di raggiungere, ciò che la mia testa immaginava. Ero sostenuto da una convinzione incrollabile: se puoi immaginarlo, puoi anche realizzarlo. Guidato da questa filosofia, elaborai un ragionamento logico: se perfezionando e affinando la preparazione usata per Firenze ero riuscito ad abbattere il muro delle 3h30', lavorando ancora meglio sui dettagli avrei potuto migliorare ulteriormente alla Venicemarathon dell'anno successivo, nel 2010. Ovviamente la maturità di podista mi aveva insegnato anche un'altra grande verità: pensare di migliorarsi in ogni singola gara è utopico, oltre che stupido. Il corpo non è una autovettura e la corsa richiede rispetto per il fisico. Proprio per questo, molte volte partecipavo a gare, mezze maratone o persino maratone intere utilizzandole esclusivamente come sedute di allenamento qualificato, senza guardare il cronometro ma concentrandomi unicamente sul gesto e sulle sensazioni. Non era tempo perso: era tutto bagaglio culturale sportivo, tutta esperienza accumulata. L'avvicinamento alla maratona veneziana del 2010 fu meticoloso. Quel percorso di preparazione mi portò a comprendere che la vera, grande strategia di un maratoneta è racchiusa in un'unica parola: regolarità. Il giorno della Venicemarathon misi in pratica quella lezione con la precisione di un metronomo. Corsi praticamente tutta la gara mantenendo un ritmo costante, senza lasciarmi trascinare dall'entusiasmo iniziale o dalla stanchezza centrale. Gestii le energie in modo tale da conservare ancora una riserva per il finale, dove riuscii persino ad spingere con un leggero aumento di ritmo negli ultimi chilometri. Quando tagliai il traguardo, il tabellone gigante segnava 3:26:50. Nuovo record personale stabilito. Quel crono non era soltanto un numero: era la sintesi perfetta di quattro anni di trasformazione fisica, di studio, di errori corretti e di chilometri divorati. Era il modo migliore in assoluto per chiudere quel quadriennio indimenticabile e per spalancare le porte al futuro sportivo che mi attendeva, con un unico, semplice desiderio nel cuore: sperare che quel viaggio stupendo non finisse mai.

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