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Non ti sei mai arreso

(Foto: Auronzo (BL) 4 agosto 2012)

Se c’è un filo rosso che attraversa tutta la mia vita, un'impronta profonda che definisce chi sono stato e chi sono diventato, è una sola, semplice verità: io non mi sono mai arreso. Non fa parte di me. Non appartiene alla mia natura, al mio modo di respirare, di cadere e di rialzarmi. Per me la resa non è mai stata un’opzione contemplabile, neanche quando le cose si mettevano male, neanche quando tentavo di restare in piedi nonostante tutto intorno stesse crollando. Quando la corsa è entrata prepotentemente nella mia quotidianità, questa mia ostinazione non ha fatto altro che trovare il suo terreno ideale. Il mio carattere non è cambiato; si è semplicemente adattato al bitume, alle salite, al fiato corto e al rumore dei miei passi sulla strada. Ha preso forma e sostanza attraverso la fatica.
Ricordo come fosse ieri i primi tempi. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire l'odore di quella decisione imminente, quella sensazione d'urgenza che ti stringe la gola quando capisci che non puoi più continuare a vivere come hai fatto fino a quel momento. Quando ho deciso di infilare le scarpe da ginnastica per la prima volta, le famose Converse All Star, non cercavo un passatempo, non volevo solo perdere qualche chilo o fare un po’ di blanda attività fisica per sentirmi con la coscienza a posto. Volevo cambiare vita. Avevo un bisogno disperato, viscerale, di alzare la qualità delle mie giornate, di fare pulizia dentro e fuori di me.
Ma per costruire qualcosa di nuovo, per piantare radici sane, devi necessariamente tagliare i ponti con il passato. Devi recidere i rami secchi. Ed è proprio in quel preciso istante che il passato si sveglia e inizia a fare di tutto per farti lo sgambetto. Non vuole che tu cambi. Il passato è pigro, vuole vederti restare esattamente dove sei sempre stato, perché se tu cambi, costringi anche gli altri a guardarsi allo specchio. Nel mio caso, quel passato aveva i volti, i sorrisi di circostanza e le voci dei vecchi "compagni di merende". All'inizio era un gioco per loro. Quando mi vedevano uscire di casa vestito da corsa, quando declinavo l'ennesima serata a fare le ore piccole o a consumare abitudini che ormai mi andavano strette, ridevano. Una risata grassa, di quelle che servono a fare gruppo, a escludere chi prova a fare un passo fuori dal cerchio. Hanno iniziato ad appiccicarmi addosso nomignoli ironici, lanciati con quel tipo di scherno sottile che serve a nascondere l'invidia o la paura.
«Guardatelo, sta arrivando il maratoneta!», dicevano ridacchiando mentre mi passavano accanto, usando quella parola non come un complimento, ma come una condanna, una presa in giro da lanciare al bar di fronte agli altri.
Oppure: «Attenti a cosa mangiate, adesso c'è qui il dietologo!».
Sembravano battute studiate a tavolino, sguardi scambiati di traverso, piccole provocazioni quotidiane lanciate per scalzare le mie certezze. C'era un obiettivo chiaro dietro ogni loro risata: volevano vedermi fallire. Aspettavano con ansia il giorno in cui sarei tornato indietro con la testa bassa, sconfitto, per potermi dire con finta compassione: «Visto? Te l'avevamo detto. Chi te lo fa fare?». Volevano dimostrare a se stessi che il cambiamento è solo un'illusione, una parentesi che dura qualche settimana prima di rientrare nei soliti binari. Ma non avevano capito con chi stavano parlando. Non avevano minimamente idea di cosa ci fosse sotto la mia pelle.
Io non mi sono mai arreso. Ogni volta che sentivo una battuta, ingoiavo il rospo, allacciavo le stringhe ancora più strette e uscivo sulla strada. Ho trasformato il loro scherno nella mia benzina. Mentre loro continuavano a parlare, io macinavo chilometri. Un chilometro dopo l'altro, sotto il sole cocente, al buio dopo lunghe giornate di lavoro, con il freddo che ti taglia il viso e la pioggia che sferza le gambe. La risposta non gliel'ho data a parole; non ho sprecato fiato a dare spiegazioni o a cercare di farmi capire da chi non voleva capire. Gliel'ho data con il tempo. A distanza di anni, con la pazienza che solo i corridori di lunga lena conoscono, li ho guardati negli occhi mentre la mia vita prendeva esattamente la forma che avevo deciso io. E uno ad uno, senza bisogno di gridare, semplicemente continuando a correre, li ho zittiti tutti. Il tempo è un galantuomo: mette ogni cosa al suo posto e mostra chi ha avuto la costanza di costruire e chi si è limitato a stare a guardare.
E quando finalmente la strada è diventata il mio unico palcoscenico, la musica non è cambiata. La corsa è una maestra severa, forse la più onesta che abbia mai incontrato. Non puoi mentirle, non puoi bluffare, non puoi inventare scuse. Ti mette di fronte a te stesso, da solo, spogliato di ogni difesa. Ti affronta senza filtri. Sbagliavo una maratona? Magari dopo mesi di preparazione, di sveglie all'alba e sacrifici, arrivava quella giornata "no" dove le gambe non rispondevano, il muro dei trenta chilometri ti schiaffeggiava e il cronometro distruggeva i tuoi sogni. Molti si sarebbero fermati, avrebbero detto "non fa per me". Io no! Non passavo le giornate a piangermi addosso o a cercare giustificazioni nel meteo o nel percorso. Tornavo a casa, mi facevo una doccia, aprivo il computer e cercavo subito la data della prossima maratona in calendario. Avevo già la testa lì, a spingere sui pedali del riscatto.
Mi infortunavo? Un affaticamento, una contrattura muscolare, quel dolore acuto che per un corridore suona come una condanna a morte temporanea. Non restavo fermo sul divano a commiserarmi. Un secondo dopo la diagnosi ero già lì a studiare: cosa fare, come fare, quale terapia seguire, quali esercizi di potenziamento integrare, come alimentarmi meglio per accelerare i tempi. L'infortunio per me non era una fermata: era un pit-stop per ripartire più forte di prima e che magari arricchiva la mia esperienza. Fallivo il ritmo in una mezza maratona? Troppo veloci i primi chilometri, acido lattico alle stelle, crisi al trentesimo? Non facevo in tempo a tagliarne il traguardo con la delusione nel cuore che ero già lì a pensare a quale gara fare due settimane dopo per cancellare quella prestazione e dimostrare a me stesso di cosa ero capace.
La corsa mi ha dato ferite, è vero. Mi ha chiesto conto di ogni errore, mi ha presentato il conto con gli interessi sotto forma di crampi, vesciche, stanchezza accumulata fino alle ossa. Ma mi ha dato anche la pelle dura per cicatrizzare ogni singolo taglio. Mi ha insegnato che il fallimento non è il contrario del successo, ma soltanto un passaggio lungo la strada. Oggi, quando guardo indietro e vedo l'ombra di quello che ero, e poi guardo avanti verso la strada che devo ancora macinare, verso tutti quei chilometri sotto la pioggia, verso le salite che ti spezzano il fiato e verso il ricordo di quelle voci che volevano vedermi crollare e sento una spinta immensa che mi sale dal petto. Non c'è arroganza in questo, c'è solo la consapevolezza di chi ha sputato sangue per arrivare fin qui. È la certezza incrollabile di chi sa da dove è partito e quanto è costato ogni singolo passo. Posso dirlo a testa alta, con il fiato nei polmoni e il cuore che batte forte. Posso urlarlo al mondo intero, senza paura di smentita ma soprattutto posso guardarni allo specchio e dirmi:"tu non ti sei mai arreso!

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