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Mi son distratto un attimo...

 

“Mi son distratto un attimo...”, cantava Vasco in un pezzo di tantissimi anni fa. Solo che stavolta la colpa non è di Alfredo che che si è messo a fare dei discorsi assurdi. Stavolta la colpa è solo ed esclusivamente mia. Il 12 settembre mi sono fermato. Non un dolorino passeggero, non una noia da gestire in corsa: una distrazione al gemello tibiale. Un infortunio che mi ha stoppato come mai mi era successo prima d'ora. A guardarlo a posteriori, con più di venticinque anni di corsa nelle gambe, è stato un errore banale, quasi stupido. Ma le lezioni più dure arrivano sempre quando pensi di sapere già tutto. Ho passato un’estate a macinare chilometri a ritmo blando, tenendomi a freno per via di un caldo spesso torrido e soffocante. A fine agosto mi trovavo con una solida base di fondo, tanta resistenza, ma pochissima velocità nelle gambe. Poi è arrivato settembre, con le sue prime serate fresche, quelle che a chi corre fanno venire una voglia matta di spingere. Ed io in effetti l'ho fatto. Anzi, l'ho fatto in maniera sconsiderata. Non si può passare da una 13 km chiusa a 4’27”/km a pretendere di scendere improvvisamente sotto i 4’/km, dimenticandosi la gradualità. Con oltre un quarto di secolo di podismo alle spalle dovrei saperlo bene: il motore può anche aver voglia di girare alto, ma i muscoli chiedono rispetto. Bisogna oltretutto fare i conti con l'età, perché tra pochissimi giorni sulla torta ci sarà scritto 54. Non sono più gli anni in cui il corpo ti perdona qualsiasi strappo alla regola. Al momento la situazione è questa: sto recuperando pian piano, ma ad oggi non posso ancora correre. E mentre i giorni passano nella pazienza della guarigione, la bilancia urla vendetta. Non è un momento semplice, inutile girarci intorno. Chi è abituato a scaricare pensieri, fatiche e tensioni sulla strada soffre il doppio quando viene forzatamente messo a riposo. Ma sono fiducioso. So che questo stop fa parte del percorso. All'orizzonte c'è un traguardo fisso: a fine novembre sarei iscritto alla Mezza Maratona di Palmanova. Vorrei riuscire davvero a essere lì ai nastri di partenza. Se riuscissi a correrla, mi accontenterei di farla anche a 5’/km. È dal lontano 2007 che non impostavo una mezza maratona su quel ritmo. Eppure, in questo momento, non lo vivrei affatto come un passo indietro. Sarebbe invece un balzo in avanti di cento passi. Sarebbe la vittoria della costanza sulla fretta, del ritorno alla corsa sulla paura di non farcela. Riuscire a correre a Palmanova mi permetterebbe di impostare un dicembre ragionato, per ritrovare una buona forma entro la fine dell'anno e poi affacciarmi con entusiasmo ai primi cinque mesi del 2027. Ci sono ancora un paio di "sassolini dalla scarpa" che vorrei togliermi. Dopodiché, potrò tranquillamente continuare questo mio lungo viaggio nel mondo del podismo con uno sguardo diverso: guardando sempre meno il cronometro e molto di più il benessere, l'equilibrio con la bilancia e soprattutto l'anima. Perché a un certo punto capisci che hai un bisogno sincero di una corsa rigenerante che libera la mente, piuttosto che della tirannia del tempo finale. Intanto, adesso la priorità è una sola: guarire. Passo dopo passo, con la testa prima che con le gambe.

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