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L'anno zero

 

(Foto:12 marzo 2006-3ª Trevisomarathon)

C’è una linea d’ombra molto sottile tra la passione e la sconsideratezza. Chi corre da anni sa benissimo dove si trova quella linea: la rispetta, la studia, la calcola al millimetro. Ma quando sei agli inizi, quel confine semplicemente non lo vedi. Sei cieco, sordo alla logica, spinto unicamente da una forza primordiale che si chiama entusiasmo. Il 2006, per me, è stato l’anno zero. L’anno in cui sono sbarcato su un pianeta sconosciuto fatto di rituali arcani, odore di canfora, abbigliamento fluorescente e una motivazione strabordante, del tutto sproporzionata rispetto alle mie reali capacità fisiche. A inizio anno, se mi guardavo allo specchio la diagnosi era impietosa: ero ancora visibilmente sovrappeso. La bilancia oscillava spietata tra gli 80 e gli 83 chilogrammi. Eppure, dentro di me, io non vedevo quei chili di troppo. Vedevo già la sagoma di un atleta scattante, leggero, capace di divorare l'asfalto. Sognavo, come un bambino sogna la mattina di Natale aspettando il regalo, il giorno in cui sarei riuscito a completare una maratona: la distanza regina, il mito supremo. C’era solo un piccolo, trascurabile dettaglio: in quel periodo la mia autonomia massima non superava l’ora di corsa. E non chiedetemi quanti chilometri facessi in quell’ora, perché da perfetto neofita il concetto di chilometraggio mi era totalmente alieno. Per me la distanza non esisteva. Esisteva solo un quantitativo: il tempo. Nel mio personale universo atletico, aggiungere cinque minuti di sofferenza al cronometro a fine allenamento era un traguardo epico, una conquista eroica; fare un chilometro in più mantenendo lo stesso tempo mi sembrava un sottile e irrilevante tecnicismo da matematici. Ero evidentemente e penosamente inesperto. Ma, a dire il vero, la parola giusta era un'altra: ero pazzo! Pazzo di una follia pura, incontaminata, bellissima. La prova regina della mia demenza podistica arrivò negli ultimi giorni di febbraio. Preso da un raptus del tutto inspiegabile, decisi di iscrivermi alla Trevisomarathon. Data dell’evento: domenica 12 marzo 2006. Praticamente due settimane dopo. Così, da un giorno all’altro. Senza una tabella, senza un lungo, senza un grammo di preparazione specifica. Le mie credenziali per affrontare i 42 chilometri e 195 metri più famosi della marca trevigiana? Tre uscite a settimana da un’ora ciascuna, al ritmo di chi sta cercando di non far arrabbiare troppo il cuore. «Boh,» mi dissi mentre compilavo il modulo, «intanto andiamo. Poi si vede.» Sapevo benissimo, nella parte razionale del mio cervello, che non sarei mai arrivato al traguardo finale. Ma la razionalità, in quella primavera del 2006, era una compagna di viaggio che avevo deciso di lasciare a casa. Ricordo quella domenica come se fosse accaduta oggi. La sveglia suonò prima dell'alba. Mi alzai, andai verso la finestra della camera e aprii lo scuro. Sotto la luce fioca del lampione scendeva un velo fitto e silenzioso: stava nevicando. Non avevo ancora infilato le scarpe e già dentro di me risuonava una certezza matematica: sarebbe stata una giornata d’inferno. Il mio guardaroba da corsa era una tragicommedia. Mi vestii "a cipolla" sovrapponendo capi casuali, roba di cotone pesante che avrebbe assorbito l'umidità trasformandosi in un'armatura di piombo bagnato. Le scarpe, poi, erano dei catorci generici da ginnastica, totalmente prive di ammortizzazione e prive di qualsiasi concetto di supporto plantare ma soprattutto erano senza lacci ma con solo una sorta di elastico a tenere ferma la scarpa. Mentre mi avvicinavo in macchina a Vittorio Veneto, luogo della partenza, la neve perse un po’ di forza ma lasciò il posto a un vento sferzante, un'aria ghiacciata e assurda che tagliava la pelle. Intorno a me, il popolo della maratona si muoveva con gesti rituali: gente che si spalmava creme scaldanti, corridori avvolti in teli termici scintillanti, atleti con tute tecniche perfette e sguardi concentrati da guerrieri spartani. E poi c'ero io. Avendo un passato nel mondo del calcio, per me il numero di gara era una cosa sola: il numero di maglia. E dove va il numero di maglia? Sulla schiena, ovviamente. Prese le spille di sicurezza, mi impegnai non poco per appuntare il pettorale dietro le spalle. Mi bastò incrociare lo sguardo di un paio di veterani per capire che avevo appena firmato il mio certificato di incompetenza assoluta. I loro occhi tra l'attonito e il compassionevole dicevano tutto: guardate quello, non sa neanche da che parte è girata una maratona. Avevano ragione. Non ne sapevo nulla. Ma ormai ero lì. Poco dopo, il colpo di pistola scoppiò nell'aria gelida. La massa si mosse, la neve concesse una tregua e il mio personale viaggio verso l’ignoto prese forma. A dirla tutta, la mia non era una maratona vera: era una missione di sopravvivenza con un piano di fuga ben studiato. Mi ero prefissato come obiettivo massimo la mezza maratona, i ventun chilometri. A quei tempi abitavo non distante dal percorso, il che rendeva la logistica del "ritiro" molto più comoda. In tasca, ben protetto nel tessuto pesante della giacca, custodivo il mio vero paracadute: il telefono cellulare. L'idea era semplice, quasi cinica: correre finché le gambe reggevano e poi, al momento del crollo, chiamare mia moglie, muoverla a compassione e farmi venire a raccogliere come un mezzo cadavere sul ciglio della strada. Tra migliaia di maratoneti che sognavano la gloria del traguardo di Treviso, io ero probabilmente l'unico a correre una gara con un traguardo fittizio, piazzato esattamente a metà strada, che esisteva solo nella mia testa. Eppure, contro ogni legge della biologia, della fisica, della medicina e del buon senso, metro dopo metro, chilometro dopo chilometro, quel traguardo invisibile iniziava ad avvicinarsi. Il freddo mi intorpidiva il viso, i piedi dentro le scarpe sbagliate  iniziavano a mandare segnali di protesta, ma la testa continuava a ripetere un unico mantra: vai avanti. Quando transitai a Susegana, ridente paese adagiato ai piedi delle splendide colline trevisane, ebbi persino la straordinaria lucidità di tirare fuori il cellulare e chiamare mia sorella Milena, che abitava, e abita tuttora , proprio in quel comune, per dirle con un filo di voce che ero ancora vivo. Nel frattempo, mia moglie era già stata allertata: l'incredibile stava accadendo. Il "mezzo cadavere" non solo era ancora in piedi, ma stava per raggiungere la fine del suo viaggio. E alla fine arrivai. Passai sotto il gonfiabile della mezza maratona. Fu un momento pazzesco, assurdo, del tutto fuori dagli schemi. Avevo corso per due ore e trentotto minuti senza praticamente mai fermarmi. Il ritmo era stato blando, una sorta di marcia a passo lento, ma a me del cronometro non importava assolutamente nulla. Avevo appena compiuto un miracolo personale. La resa dei conti con la realtà, però, non si fece attendere. Presentò il conto esatto due secondi dopo che mi fui fermato. Prima arrivarono i crampi: un'esplosione improvvisa e violenta di fitte che mi paralizzò i polpacci e le cosce. Poi, subito dopo la doccia calda, si scatenarono i dolori veri, quelli profondi, viscerali, che si provano solo quando si costringe la macchina umana a compiere uno sforzo per cui non è minimamente preparata. Per più di una settimana vissi da invalidato temporaneo. Camminavo per casa come una salamandra, muovendomi a scatti, rigidissimo, mentre a ogni singolo gradino o passo mi chiedevo se quel quarto d'ora di gloria avesse davvero valso tutta quella sofferenza. La risposta arrivò non appena il mio corpo tornò a piegarsi. La follia della Trevisomarathon non mi aveva spezzato; mi aveva definitivamente contagiato. Gettatami alle spalle quell'impresa sgangherata, andai diritto nel più vicino negozio di articoli sportivi. Niente più improvvisazione: comprai un paio di scarpe da corsa vere, ammortizzate, abbigliamento tecnico traspirante e tutto il necessario per smettere di sembrare un figurante capitato lì per caso. I mesi di aprile, maggio, giugno e luglio del 2006 segnarono la mia vera meticolosa metamorfosi. Chiusi a doppia mandata il capitolo delle sregolatezze e iniziai a mangiare in modo finalmente controllato. Gli allenamenti smisero di essere uscite improvvisate per diventare sedute ragionate, con criteri veri. Cominciai ad assaggiare il clima agonistico iscrivendomi alle prime gare competitive, come la 10 Miglia del Montello, ma soprattutto collezionando una sequenza infinita di marcie amatoriali non competitive: corse collinari, percorsi pianeggianti e i primi ripidi assaggi di montagna. Tutto aveva un unico scopo, un grande faro all'orizzonte: arrivare nella miglior forma possibile all'appuntamento con la Prealpi Marathon del 20 agosto. Non fu un percorso facile. Richiese sacrifici, sudore e una disciplina che non pensavo nemmeno di possedere. Ma la mattina del 20 agosto 2006, quando mi ritrovai a muovere i primi passi di riscaldamento in Piazza Marconi a Valdobbiadene, la bilancia segnava esattamente 68 chilogrammi. Quindici chili in meno rispetto a sei mesi prima. Ero un'altra persona. La gara fu semplicemente epica. Partenza dal cuore del capitale del Prosecco e poi via, subito su in verticale per affrontare la montagna. Al decimo chilometro transitammo al Rifugio Posa Puner, quota guadagnata con i polmoni in fiamme, da dove la traccia piegava decisa verso est. L'itinerario non perdonava: Malga Mont, Malga Candidi, il valico di Praderadego. Gli sterrati sconnessi, i sassi e i sentieri tecnici mettevano a dura prova ogni singolo muscolo che trasformavano quella corsa in una vera e propria sfida personale contro la natura e la stanchezza. Poi arrivò il conto da pagare: la lunghissima e inesorabile discesa verso Villa di Villa mi martellò le dita dei piedi a ogni impatto, distruggendomi letteralmente le unghie. E come se non bastasse, l'organizzazione aveva riservato il colpo di grazia finale: la ripidissima salita verso Mel, teatro dell'arrivo, che rese gli ultimi metri un vero calvario per le gambe prosciugate. Quando tagliai il traguardo a Mel, ero stremato, dolorante, quasi incapace di stare in piedi. Ma dentro, ero pervaso da una carica indescrivibile. Tra le lacrime di fatica e il cuore che batteva forte, capii una cosa fondamentale che mi avrebbe accompagnato per tutto il resto della mia vita: da quel momento in poi, tutto poteva succedere. Niente era più impossibile.

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