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Il baratro

 

«Benvenuto nel baratro!».                                                  Me lo disse un compagno di squadra, tanti anni fa, alla mia prima gara in assoluto. Sul momento non diedi troppo peso a quelle parole. Ero all’inizio, avevo l’entusiasmo addosso di chi scopre la corsa e non capivo cosa potesse esserci di così oscuro in un mondo fatto di scarpette, fatica e traguardi. Negli anni, però, quel significato l’ho compreso fin troppo bene. Lui, quel compagno, nel baratro ci viveva dentro. La sua corsa era regolata esclusivamente dai numeri. Viveva solo di tempi cronometrici, passaggi al chilometro, medie matematiche. Se in gara la giornata girava storta e non riusciva a correre alla velocità che si era imposto, la reazione era drastica: si fermava, si toglieva il pettorale e si ritirava. Non c'era spazio per la gestione della crisi, non c'era spazio per l'onore di un traguardo sudato. C'era solo il verdetto spietato dell'orologio. L'ultima volta che lo vidi, aveva appena tagliato il traguardo della Treviso Marathon. Bloccò il cronometro su un tempo per me incredibile: 2 ore, 51 minuti e 06 secondi. Una prestazione pazzesca, roba da far tremare le gambe dalla gioia a chiunque. Eppure, lui non era felice. Anzi, era una furia. Era lì, con i nervi a fior di pelle, perché voleva correre due minuti in meno. Invece di gioire per un'impresa straordinaria, masticava amaro. Eccolo là, il baratro. L'ossessione che cancella la bellezza. La ricerca esasperata della perfezione che uccide la gratitudine. Io a un tempo simile non ci sono mai arrivato. Ma se il prezzo da pagare per scendere sotto certe cifre è perdere la felicità, se il dazio è farsi passare la voglia di correre, allora sono strafelice di non esserci riuscito. Ho sempre corso per stare bene, per mettermi alla prova, certo, ma soprattutto per divertimento. E tutto ciò che è arrivato in questi anni di podismo – ogni record personale, ogni salita, ogni traguardo – è arrivato con gioia. Avrei potuto fare meglio? Avrei potuto limare ancora qualche minuto con un briciolo di fanatismo in più? Forse sì. Ma a quale prezzo? Quel baratro ideologico in cui mi era stato dato il "benvenuto" non mi ha mai inghiottito. Ho preferito restarne ai bordi, a guardare, tenendomi stretto il senso profondo di questo sport. E forse è proprio per questo, per aver protetto la gioia della corsa, che dopo più di vent'anni sono ancora qui. Ancora pronto ad attaccare un pettorale alla canotta, a sentire l'adrenalina della partenza e a "giocare" a fare l'atleta. Con il sorriso stampato in faccia, che è il tempo migliore che si possa registrare.

"Voglia di correre
 Che sembra non finire mai
 E sogni da mordere
 Tu da che parte stai?"(Negrita)

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