Ci sono appuntamenti che non sono segnati solo sul calendario, ma sotto la pelle. Per me, uno di questi è la Maratonina Falconeri di Monteforte d’Alpone (VR). Non è solo una gara tra i vigneti del Soave; è un rito di inizio anno, un ritorno alle radici dato che vivo tra le colline del prosecco e una sfida che ogni anno chiede qualcosa di nuovo. Ma quest'anno, mentre mi preparo per il saliscendi della Val d’Alpone, il mio approccio è diverso. Più consapevole. Più profondo. Si potrebbe racchiude tutto in tre pilastri. Tre scelte che diventano resistenza. La libertà inizia dalla scelta: decidere di esserci, di indossare le scarpe, di affrontare il freddo di gennaio che a Monteforte sa pungere davvero molto. Ma la vera forza sta nella cura. Curare il corpo che ti permette di correre, curare la mente che ti spinge quando le gambe bruciano, curare ogni singolo chilometro come se fosse un regalo perché dopo tanti anni di pratica un pochino lo è. Non cercare sempre "l'oltre" ma dare consapevolezza all'impegno. In gara (e nella vita) c'è la tentazione di misurarsi con gli altri o con versioni passate di noi stessi. Ma il meglio arriva quando decidi di dare tutto quello che hai in quel preciso momento. Se oggi il tuo massimo è tantare un record personale, fallo. Se il tuo massimo è finire con il sorriso nonostante la fatica, fallo. Non un passo in meno, ma nemmeno puntare all'impossibile. L'onestà verso lo sforzo è la vittoria più grande. Viviamo tempi frenetici, spesso rumorosi. Per me, correre la Maratonina Falconeri è un atto di resistenza. Resistere alla pigrizia, al cinismo, alla fretta. Correre tra quei colli è il mio modo di restare in piedi, di respirare a pieni polmoni e dire "io ci sono!". È il mio modo per coltivare la passione e curare questo fantastico viaggio nel mondo del podismo.

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